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Thursday
12
APR

Unoauno - Irish Cafè (AQ)

22:30
01:30
Irish Cafè
Event organized by Irish Cafè

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unoauno / Guarda il video di 'Restare Vivi' https://bit.ly/2B7M0el

Gli Unoauno sono uno trio milanese e "Cronache Carsiche" è il loro esordio. Canzoni potenti e poetiche che hanno la forza della parola e della musica. La voce di Gianluca intona inni alla vita per trovare nuova speranza in questo mondo marcio che ci sta consumando e ci si lascia andare pensando ai propri affetti, amici che non ci sono più, persone che raccontano le loro sfortunate vicende in quel di Aleppo. Il ritmo efficace e corposo di basso, batteria e voce imponente tessono un tappeto fitto e senza fronzoli che arriva a cuore direttamente.

Loro nascono come duo Mauri e Rocco, basso batteria e molto casino. Ispirazione primordiale furono i Lightning Bolt e gli Zeus. Mai capito se abbiamo smesso con fulmini e saette per incapacità o per timpani perforati. Nel settembre duemilasedici Rocco decide di coinvolgere Giangi, suo amico e coinquilino da lunga data. Il fine da perseguire muta così come mutano le modalità per raggiungerlo. Due scopi diversi richiedono una diversa azione. Due modalità diverse non producono lo stesso effetto. Si guarda ad altro, alla tradizione italiana, e giù con CCCP, CSI, Massimo Volume, Santo Niente e tanto altro. Niente da fare: a dire le cose nella stessa lingua ci si capisce in modo molto più che verbale, quasi astrale. Cambia il fare nella scrittura dei pezzi, si inizia a sperimentare con la voce. Declamare, cantare, urlare, sussurrare. Tutte cose che l’immediatezza del rumore non permetteva. Rocco, Mauri e Giangi vivono ora assieme a Milano. Origini: Rimini, Molfetta, Rimini, manco fosse la nuova asse adriatica. Giangi e Rocco studiano filosofia, Mauri pratica l’ingegneria informatica. Siamo poco più che ventenni, con tanto tempo da perdere e pochi strumenti da suonare. Abbiamo iniziato a mediarci, ad uscire dall’astrattezza della pura confusione. Delirio in sala prove, spietata ricerca del suono senza mai abbandonare la costa: il timone sempre rivolto al minimale. Nascono così le otto tracce di “Cronache Carsiche”, in uscita a dicembre 2017 per Ribéss Records. Ora si avanti, si spera, anche indietro non sarebbe così grave. Peccato sarebbe rimanere fermi.

Non è tutto pop quel che luccica. Quantomeno non in quello che a stento si può ancora chiamare underground. C'è ancora chi si vota alla propria musica quasi misticamente. Perché la musica non è uno scherzo, è una liturgia. Nessuna ironia post-moderna. Bensì una mistica della provincia cronica. Emilia paranoica che diventa carsica, oltranzismo post-punk fuori tempo massimo e dunque assolutamente attuale. Come uno scavare cunicoli nella bolla del contemporaneo. O un declamare ieratico lungo la statale digitale. Geografia. Cronaca. Sottrazione. Critica. Autocritica. Idealità: “Siamo profondamente contrari ad una musica che serve ad intrattenere. Forse questo è il punto più importante. La musica, certo, è un gioco. Ma un gioco estremamente serio. Odiamo le canzoncine che servono soltanto a divagare e a sorriderci su. La musica è un linguaggio antico, religioso. Rituale.”
In una parola: unoauno, segno x fra i risultati del tedio domenicale. Riproduzione in scala reale della realtà. “Cronache carsiche” il titolo geografico (una geografia esteriore che si infila dentro) di un disco di debutto che non diresti per dei classe '94. La trap? No, i Lighting Bolt. L'indie-pop da cameretta? No, gli Shellac. Perché “la musica non è fatta per di-vertirsi: è fatta per in-vertirsi. L’esperienza conoscitiva-espressiva più grande che abbiamo. Un tale avrebbe detto è linguaggio dell’interiorità.”
Non si fatica a trovare una filiazione CSI – Massimo Volume in queste otto canzoni scarne, radiografiche, dove la voce prova a stare in piedi controvento e ci riesce. C'è un qualcosa di retromaniaco in questi suoni e in queste parole rigorosamente dette come materia tonale e ritmica. Ma c'è anche un incunearsi nell'oggi, un ridurre all'osso dove c'è carne che vibra, uno sbattere caparbiamente la testa contro il murale alfanumerico del presente, “Uno a uno contro il muro / Uno a uno muso duro”.
Basso, niente chitarre, niente sovraincisioni, una batteria in parte elettronica in parte no, qualche tasto di synth. Un rigore geometrico in presa diretta mixato volutamente grezzo – poco sentimentale, molto elettrico-digitale – a scarnificare tracce provenienti da un paesaggio carsico consumato dall’acqua, il mare adriatico, i lidi balneari deserti, le cataste di appartamenti, gli spazi stretti della metropolitana. Brani che chiamano in causa persone, luoghi, eventi precisi; lo scarto che permette di trasmettere qualcosa in modo inequivocabile e al contempo un'indeterminatezza che schiude significati molteplici.
Aprire con un'invocazione agli “Dei”, provare a “Restare vivi” (“È tardi / Fai la spesa / Vai al PAM / Bambini e negri / Urli da Vietnam”) nella realtà “Carsica”. Fare un viaggio in due parti attraverso la “Aleppo” di un amico scomparso (“Andrea non ci sei più / Andrea mi manchi tu / Laura lo sai anche tu / Ora non pensarci più”) che è anche l'inizio della rabbia urlando fra le macerie “Pape Satàn / Pape Satàn / Aleppo”. E' nel dolore che un “Figlio” smette di essere tale, quando cammina con il padre “su fino al Canton Ticino / dove il vicino non guarda il vicino” e quando si sbarazza di tutti questi “Giochi”: “sono stufo torno a casa ho mal di testa prendo l’Oki / sono stanco di tutti questi cazzo di giochi”. E in fondo una “Clausura” quale canzone d'amore suonata sui nervi di chi sa che “ci incontreremo alla fine / tra gli affitti da pagare / tra le cose vuote da spostare”. Là dove “l'amore rivela la morte”. La morte che ci prende unoauno, palla al centro con la vita.

Crediti
Mauri: batterie
Giangi: voce
Rocco: basso

Venue

Irish Cafè