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Friday
13
APR

Miart 2018 - Peter Belyi solo show

12:00
19:00
Galleria Pack
Event organized by Galleria Pack

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"Le Corbusier aveva qualcosa in comune con la Luftwaffe, l'instancabile lavoro per cambiare il volto dell'Europa.
Ciò che i ciclopi dimenticheranno nella furia, lo finiranno le matite in sobrietà"
(Joseph Brodsky "Rotterdam journal")

Una torre, o la sua distruzione, si trova per tradizione all'inizio della nascita di un’ideologia. Nel progetto di Peter Belyi "Metaphysical Slide Tower" (2004), la torre rappresenta sin dal principio un modello di speranza perduta nel futuro, un omaggio ai progetti costruttivisti del 1920 che hanno ormai perso la propria energia. L'artista usa il processo di creazione di un modello come un modo per analizzare e decostruire il passato, piuttosto che creare il programma di un progetto futuro. Se considerata nel suo lato negativo, l'energia positiva del futuro contenuta nelle idee degli architetti d'avanguardia si trasforma in una riflessione sul peso della nostalgia.

L'altra opera, "My neighbourhood" (2005), richiama gli edifici a blocchi di cemento di una qualsiasi città europea contemporanea in cui è possibile incontrare gli stessi elementi modulari, avendo qui però perduto la spinta verticale della "torre di scivolamento" e trovato invece l'immobilità e la noia del paesaggio urbano. Quest'opera mostra il risultato dei progetti utopici del passato, l'investimento nella chiarezza, nella semplicità e nell'intelletto che ha distrutto l'umanesimo. L'architettura contemporanea è estremamente razionale e intelligente, ma è vuota e senza volto, e soprattutto, cosa più importante, non sa come invecchiare.

Al contrario dell'energia ideologica dell'inizio del 20° secolo, il periodo della rivoluzione architettonica, Peter Belyi colma i propri edifici di malinconia e li distanzia dal loro stesso contenuto. "Oggi, a quindici anni dalla sua creazione, ho un'attitudine diversa verso questo progetto. Le idee che emergevano a suo tempo sono state cancellate, si sono sbiadite come vecchie fotografie. Ora vedo più un anelito globale. È come se ci dicessero che nulla può essere cambiato, che tutto sarà sempre così fino alla fine e anche oltre la fine, tutto sarà sempre uguale, solo senza di noi. La poetica delle rovine post-sovietiche è scomparsa, sebbene questi edifici degli anni '60, destinati a funzionare per 25 anni, siano ancora in piedi e la gente continui a viverci. Ora tuttavia rappresentano semplicemente un alloggio poco sicuro, che vive nell'attesa infinita del suo turno di demolizione", spiega l'artista.

Le due opere che dialogano reciprocamente, danno vita a un terzo spazio, creato guardando indietro rispetto al nostro tempo razionale, con il suo senso di fine della storia e in cui non vi è posto per l'ingenuo utopismo del passato. L'antica critica delle ideologie, nella situazione attuale di perdita completa di obiettivi, si trasforma in nostalgia tranquilla e desiderio di un passato immaginario, sebbene sembri possedere un contenuto. "In questi appartamenti è spesso possibile trovare carta da parati con immagini di isole tropicali o altri luoghi in climi caldi in cui le abitazioni e i tetti non sono necessari, dove fa sempre caldo, la concretizzazione di un sogno insomma. È bello sdraiarsi sul divano, guardare un paesaggio del genere mentre fuori nevica. Se in questo vedevo la mano di ferro di chi era al potere, che infilava le persone in ridicole celle di cemento, ora non è possibile trovare nessun colpevole; siamo noi, che viviamo in nuovi formicai sgretolati e che sogniamo la libertà, le isole tropicali, un'altra vita", afferma Peter Belyi. Gli elementi modulari dell'opera, le diapositive, intensificano la sensazione di vuoto e di alienazione, poiché suggeriscono immagini, ma è possibile vedere solo l'oscurità della superficie e la luce senza vita di rarissime "finestre" uniche. La mente moderna, portata ai propri limiti, ha rimosso la loro luce utopica. Il progetto estetico "macchine per vivere" raggiunge il suo apice nella costruzione a blocchi di cemento delle città moderne.

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‘Courboisier had something in common with the Luftwaffe, their heartfelt hard work to change the face of Europe.
What the cyclops will forget in fury, the pencils will then finish in sobriety.’
(Joseph Brodsky ‘Rotterdam diary’)

A tower, or its destruction, traditionally stands at the beginning of the birth of an ideology. In Peter Belyi’s project ‘Metaphysical Slide Tower’ (2004) the tower from the outset represents a model of lost hope in the future, a homage to the constructivist projects of the 1920s that have lost their energy. The artist uses modelling as a means of analysing and deconstructing the past, rather than to create a plan for a future project. The positive energy of the future contained in the ideas of avantgarde architects, when taken in the negative, turns into a reflection on the weight of nostalgia.

The other work ‘My neighbourhood’ (2005) calls to mind the panel buildings of any contemporary European city. Here we see the same modular elements, only having lost the vertical drive of the ‘slide tower’ and demonstrating the immobility and boredom of the urban landscape. This installation demonstrates what the utopian projects of the past have turned into, the investment in clarity, simplicity and intellect destroyed humanism. Contemporary architecture is extremely rational and intelligent, but is faceless and empty, and most importantly does not know how to age.

Instead of the ideological energy of the beginning of the 20th century, the period of the revolution in architecture, Peter Belyi fills up his buildings with melancholy and longing for their own content. “Today, fifteen years after creating this project, I have a different attitude towards it. The ideas that occurred then have been erased, they have faded like old photographs. Now I see more of a global yearning, as if they are telling us that nothing can be changed, everything will always be like this until the end and even after the end everything will be like this, only without us. The poetics of post-Soviet ruins have evaporated, although these buildings from the sixties, intended to service for 25 years, are still standing and people continue to live in them, but now this is simply unsafe housing, endlessly awaiting its turn for demolition,” explains the artist.

The two installations in dialogue give birth to a third space, one that is created by looking back from our sober time, with its sense of the end of history and where there is no place for the naive utopianism of the past. Former criticism of ideologies, in the current situation of total loss and aimlessness, turns into quiet nostalgia and longing for an imaginary past, albeit one that appeared to have some content. “You can often find photo-wallpaper in these apartments with images of tropical islands or other places in southern climates where housing and roofs are unnecessary, where it is always warm – the manifestation of a dream. It’s good, lying on the sofa, to look at such a landscape and outside it will be snowing. If I used to see in this the iron hand of those in power, poking people into pitiful concrete cells, now it is not possible to find anyone guilty, this is us, living in crumbling or new anthills dreaming of freedom, tropical islands, another life,” says Peter Belyi. The modular elements of the installation, the diapositives, intensify the feeling of emptiness and alienation as they suggest images, but we can see only the darkness of their surface and the lifeless light of occasional single ‘windows’. The modern mind, brought to its limits, has removed their utopian light. The aesthetic project ‘machines for living’ achieves its logical end in the panel construction of modern cities.


Galleria Pack: Stand D38 - Padiglione 3

Fieramilanocity
Viale Lodovico Scarampo 2, 20149 Milano.

Preview giovedì 12 Aprile 2018
Venerdì 13 e Sabato 14 aprile (ore 12.00 – 20.00)
Domenica 15 aprile ore (11.00 – 19.00)