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Saturday
14
APR

La Famiglia dell'Antiquario di Carlo Goldoni

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Col sottotitolo “La suocera e la nuora”, questa commedia fu messa in scena la prima volta nel 1750 in occasione del Carnevale al teatro Sant'Angelo di Venezia.
Doralice, figlia di Pantalone mercante di stoffe, sposa Giacinto il figlio del conte Anselmo e della contessa Isabella entrando così a far parte della famiglia dei conti Terrazzani, nobili e squattrinati, a cui porta in dote la ragguardevole somma di ventimila scudi.
Tra suocera e nuora è subito guerra senza quartiere; il conflitto di classe è barriera insormontabile per la contessa Isabella che non tollera che il marito abbia permesso le nozze tra suo figlio e una “ mercantessa” plebea, indegna del nobile sangue dei conti e quindi da tenere relegata in casa.
Tra le due è scontro quotidiano perché, dal canto suo, Doralice rivendica il titolo di padrona di casa al pari della suocera ed esige che la sua dote venga utilizzata per soddisfare anche le sue proprie esigenze.
Il conte Anselmo dal canto suo, preso com’è dall’unica passione della sua vita, la collezione di antichità, non intende affatto occuparsi dei bisticci delle due donne. Il nobiluomo spiantato ha sperperato l’intero capitale di famiglia un po’ per inettitudine e molto per collezionare quelle che lui crede rari reperti archeologici, ma che in realtà sono oggetti privi di valore che compra a caro prezzo da bricconi pronti ad approfittarsi della sua incompetenza e dabbenaggine.
Giacinto, il figlio, non sa come riportare il padre alla realtà, porre un freno alla decadenza della famiglia e arginare le liti tra moglie e madre, preso com’è tra due fuochi.
Sarà Pantalone, nuova forza borghese, uomo d’affari e di gran senso pratico, a prendere in mano le redini di una casa destinata ad andare in malora, e a cercare di porre in atto un accordo tra nuora e suocera.
Sarà ancora lui a metter fine alle chiacchiere e alle maldicenze di Colombina che serve entrambe le padrone, la nuova e la “vecchia”; ai maneggi dei cicisbei di casa; e infine a smascherare quel “furbazzo” di Brighella, il servo di Anselmo, che con la complicità di Arlecchino, nei panni di un antiquario Armeno, vende ogni genere di cianfrusaglie al conte.
Su questo impianto narrativo Goldoni mette in piedi una deliziosa commedia tutta pepe ben sottolineando gli aspetti e i caratteri di ciascun personaggio, la ribalderia dei servitori, la piaggeria dei cortigiani, e soprattutto lo scontro tra la forza economica della borghesia nascente dotata di buon senso “plebeo” e la vuota fumosità che segna il decadimento della nobiltà.
E’ l’ultima commedia di Goldoni in cui compaiono le maschere anche se ormai slegate dagli stereotipi della Commedia dell’Arte; di qui la scelta registica di non ricorrere ai tradizionali abiti di scena di Brighella e di Arlecchino, ma di evocarli solo con alcuni particolari nel vestiario, segno tangibile che ormai anche per loro la decadenza è giunta.